lunedì 4 febbraio 2013

My G-Day!

Il 25 settembre 2006, in una uggiosa mattinata settembrina, sono salita su un pullman alle ore 5.49 alla volta di Santhià per prendere il Milano-Torino che mi avrebbe portato per la prima volta a Torino.
Ero stata ammessa al DAMS, avevo passato il test d'ingresso e quel giorno stava per iniziare la mia carriera universitaria. Avevo deciso di fare la pendolare. Una pazza, direte, effettivamente farsi un'ora e mezza di treno all'andata più un'altra ora e mezza al ritorno, non era proprio un divertimento. Il primo anno è volato, tra amici nuovi conosciuti per caso in fondo a un'aula, oppure nella pausa pranzo, persone con le quali condividere intense lezioni dalle 12 alle 14, con le quali correre a prendere il treno, con le quali versi il caffè-disgustoso delle macchinette. Con le quali realizzare il "paper" per l'esame di Inglese del professor Bajma Griga, che è scomparso da un anno circa.
Il primo anno è volato e il mio umore, nonostante il pendolarismo, era migliorato moltissimo rispetto agli anni del liceo, durante i quali il greco e il latino erano stati per me come Scilla e Cariddi.
Ho iniziato così il secondo anno, pendolare di nuovo. Questa volta però me la cavavo prendendo il treno delle 7.10 e finalmente avevo scelto il mio percorso: volevo studiare cinema, avevo avuto un iniziale svarionamento e volevo puntare tutto sull'arte, ma dopo aver sentito i racconti di ragazzi che erano più avanti di me negli studi, ho capito che non poteva essere la mia strada.
Nel cinema ho trovato...un mondo, che non immaginavo minimamente. Non ero una grande esperta, lo ammetto, come non lo sono tutt'ora. Mi erano quasi sconosciuti Orson Welles e Griffith, ma ricordo benissimo che appena ho visto le loro pellicole non ho potuto fare a meno di innamorarmi di loro.
Tra un film e l'altro, conversazioni di messenger intrecciate, ennesime pause pranzo e primi folli progetti....ho conosciuto molti altri amici, con i quali ho stretto anche grandi amicizie.
Anche il secondo anno è volato senza quasi che me ne rendessi conto, ma già ventilavo qualcosa di nuovo per la mia vita torinese: trasferirmi finalmente a Torino. Dovevo iniziare il terzo anno, che prevedeva corsi dal 8 del mattino, dovevo fare la tesi...quindi, di comune accordo con mamma e papà, ho inviato la mia richiesta per abitare presso il Collegio Einaudi e quello, me ne sono resa conto dopo, era un piccolo passo per l'uomo, ma un grande passo per la mia vita torinese.
Sono entrata in collegio in una soleggiata mattina di settembre. Ricordo ancora che ero stanchissima perché la sera prima ero in piazza ad ascoltare i Cluster, e quella mattina ero asociale, parlavo pochissimo...e i miei co-collegiali mi avranno presa per pazza.
Ho iniziato quindi la mia vita torinese: durante il primo semestre mi ero caricata ogni corso possibile e immaginabile, otto ore di lezione per tre giorni...dalle 8 alle 16.. Pazza!
Tra un corso e l'altro avevo poi trovato una proposta di tirocinio molto interessante: una settimana al festival del cinema di Courmayeur. Wow! Presa al volo. Esperienza bellissima! Che mi ha fatto conoscere un sacco di gente e di compagni di corso.
E poi....è arrivato il momento di chiedere la tesi...e mi sono lanciata su una tesi che trattava di cinema muto. Ricercavo libri per la tesi, pensavo alla specialistica....e continuavo a dare esami. A settembre 2009 mi mancava l'ultimo, tutto incastrato per laurearmi a gennaio 2010, ma le cose non sono andate come speravo. Purtroppo questo fatidico esame mi ha ritardato la laurea facendomi andare un anno fuori corso, nonostante stessi già frequentando la specialistica.
Mi sono laureata così durante un'afosa mattina di luglio del 2010.
Ovviamente a settembre ho iniziato la specialistica, carica come non mai!
Due anni intensi, che però mi sono serviti per approfondire ulteriormente le mie conoscenze e anche per ampliarle, perché c'è sempre qualcosa da sapere.
E il 31 gennaio...ho concluso il percorso, laureandomi di magistrale. Finalmente o purtroppo sono arrivata alla fine del percorso.
Sono felice, ma allo stesso tempo un po' dispiaciuta. Credo di aver capito in questi anni che questa è davvero la mia strada, che poi si è intrecciata con altre strade. Mi è sempre piaciuto il cinema, la narrazione, il racconto, le storie, la Storia, i libri. Ho sempre adorato queste cose e sono felice della scelta che ho fatto. Ho inseguito un sogno, lo inseguo tutt'ora e continuerò. Ho 25 anni e sono autorizzata a sognare. Ne sono convinta.
Non so ancora con certezza cosa farò da grande, ma pian piano lo scoprirò.

mercoledì 30 gennaio 2013

WrapBook

Proprio l'altro giorno, mentre leggevo Il caffè delle donne mi sono detta: ma quanto si rovinano sti libri con la copertina morbida? Stessa cosa l'ho pensata per Venere in metrò di Giuseppe Culicchia, tant'è vero che l'ho accuratamente avvolto in un sacchetto di stoffa per trasportarlo.
Basta sfregare leggermente il bordo della copertina, che subito quella si rovina...che nervi! Devo per forza leggermi i libri quando sono a casa? Non posso portarli in viaggio?
Possibile che in un era in cui gli ebook cominciano a spopolare, i libri che gli fanno concorrenza diventano sempre meno trasportabili?
Oggi, mentre visitavo il sito-blog di Erica Vagliengo, mi sono imbattuta in un'iniziativa molto interessante: le WrapBook! Cosa sono?
Le WrapBook sono delle bellissime copertine di stoffa che potete utilizzare per avvolgere i vostri libri rendendoli più colorati e soprattutto preservando la copertina.
Sono tutte made in Italy o meglio, made in Val Chisone. Un progetto molto interessante ed eco sostenibile  perché le copertine a fine anno vi rimangono, non vanno buttate via, sono realizzate dalle donne della Val Chisone rimaste senza lavoro, vengono cucite utilizzando scampoli di stoffa acquistati al mercato.

Un'idea interessante che potrebbe rendere più stiloso il vostro libro e potrebbe incuriosire i vostri amici. 

Potete trovare tutte le informazioni qui: www.wrapbook.it 

E questa è una foto di Pasquale Modica:


martedì 29 gennaio 2013

Attendendo Les Misérables

Mancano pochissimi giorni all'uscita del film in Italia, onestamente non vedo l'ora di poterlo finalmente vedere. Les Misérables sembra destinato a diventare un film intramontabile, un colossal, una pietra miliare nella storia del musical.
Lo spettacolo ha già sbancato i botteghini di tutto il mondo, OVVIAMENTE non è arrivato in Italia dove ancora non abbiamo ben capito cosa sia il Musical, a causa anche di una cultura latina e non anglosassone che predilige spendere 30 euro per un concerto piuttosto che per uno spettacolo. (Poi per carità, c'è chi li spende per entrambi, ma sono casi rarissimi), oppure che preferisce abbonarsi a tutto il campionato della propria squadra piuttosto che spendere dei soldi per la cultura. De Gustibus. Ma non è di questo che vi voglio parlare.
Tornando a Les Misérables, ho scoperto che le canzoni sono state registrate dal vivo, gli attori sentivano un pianoforte in cuffia, che era suonato anche lui dal vivo, ma rinchiuso in uno sgabiotto lontano. Insomma, un'opera che promette molto, molto, molto, che qualcuno già deciderà di non andare a vedere perché: "è un musical!", sai che dramma!
Se invece siete persone che riescono a scendere a compromessi, accantonate i pregiudizi e correte al cinema, secondo me non ve ne pentirete. E poi, spiegatemi, come si fa a dire di NO a un cast del genere? Sono tutti attori bravissimi a recitare, ma ugualmente bravi a cantare.
A tal proposito, mi chiedo sempre perché tutti gli attori Americani (in questo caso anche Australiani) sanno cantare, ballare e recitare. Misteri della vita.
I nostri italiani...non sono così AVANTI!
Sapete darmi una risposta?
Io intanto continuo ad attendere il film, il 31 gennaio, correte tutti al cinema. Io andrò la settimana dopo, sperando di trovare meno ressa e...soprattutto perché il 31 credo di avere un altro impegno. 
Speravo di riuscire a leggermi il libro...non ce l'ho fatta. Ops!
A presto!



Venere in metrò di Giuseppe Culicchia: recensione!

"Gaia ha 38 anni e porta la taglia 38", gaia è moglie di Matteo, abitano in una casa tutta dedicata ai Fantastici Quattro, hanno una figlia: la vampira. E' difficile entrare in relazione con lei, soprattutto quando è più semplice lasciarla a casa con la peruperu per andare a fare un'apericena nei locali più in di Milano, oppure fuggire per weekend sulla neve, che forse nascondono ben altro. Gaia ha anche un amante Nicolò, che sembra essere perfetto rispetto a Matteo, eppure...nasconde qualcosa.
Tanti ingredienti diversi per una storia rosa uscita dalla penna dello scrittore Giuseppe Culicchia.
Ammetto di non aver mai letto niente di suo prima di Venere in metrò, ma questo libro mi ha fatto venir voglia di leggermi tutti gli altri di questo autore.
Scritto in prima persona, Venere in metrò attraverso il personaggio di Gaia ci racconta una "brutta storia" dalle tinte milanesi, una storia di amore, shopping, tradimenti, immaturità, una storia di eterni  Peter Pan che preferiscono fuggire di fronte ai problemi, piuttosto che affrontarli. Gaia è una donna 38enne, ma non è mai cresciuta. Ha una figlia con la quale non riesce a comunicare, lei e il marito la chiamano "La vampira" a causa della sua passione per Twilight, sembra una squilibrata, è stata iscritta a una scuola steineriana al fine di sviluppare le sue doti creative, per non farla fossilizzare su dogmi e definizioni come prevede il normale insegnamento.
Gaia ha le sue abitudini, il blog The Blonde Salad, i tweet di Francesca Versace, la psicanalista, sono molte le cose che tornano nel libro, tanto che sembra che la vita di Gaia, fatta di cose e luoghi sempre uguali, sia praticamente una routine, sia scandita da cose, momenti, persone che rendono tutti i giorni uguali. Le battute delle pierre quando escono dal locale a fine serata, il pensiero fisso di cosa guardare su internet, di Biancolatte, della tisana drenante, di iscriversi a pilates. La sua vita è caratterizzata da queste cose, è appena stata licenziata dall'agenzia di eventi: Eventi Avanti, il licenziamento è avvenuto con un sms, il libro si apre proprio con due sms, questo del licenziamento e uno che era destinato a Nicolò e che in realtà finisce al marito. Da qui inizia proprio la scoperta del tradimento e quindi l'allontanamento di Matteo che, come scopriremo in seguito, non è solo connesso al tradimento della moglie, ma c'è ben altro.
Gaia di fatto è una persona fragile, tra i suoi gesti ripetitivi, c'è lo specchio, luogo con cui si confronta sul suo corpo e che la costringe a vomitare ogni volta nelle toilette dei locali appena ha finito l'apericena. Non sa apprezzarsi a causa anche di una madre-modella che è anoressica da anni e che le ha sempre voluto inculcare l'idea della linea. 
In Venere in metrò non ci sono personaggi completamente buoni o completamente cattivi, ci sono uomini e donne che cercano di vivere al meglio le loro vite, senza preoccuparsi troppo del domani. Sembra la storia della cicala e della formica, ma prima o poi qualcosa nella vita va storto, ci sono dei fatti che noi non possiamo gestire, come il crollo delle banche oppure qualcuno che sperpera il patrimonio giocando a poker.
L'unica persona con degli ideali sembra essere il padre di Gaia, che voleva rivalutare un quartiere di Milano per metterci parchi da gioco, case ridenti, non abbandonarli alla cementificazione. Un'anima pura che evidentemente non riusciva a trovare una sua collocazione in questo mondo infernale. 
Credo che Venere in metrò sia davvero un buon libro che merita di essere letto, onestamente mi ha fatto riflettere molto, la vicenda di Gaia è più vera di quanto tutti noi possiamo immaginare. 
Non aspettatevi una storiella rose e fiori, come potrebbe suggerire la copertina, ma una storia cruda, narrata da un personaggio che vedrà la sua vita completamente sconvolta. Perderà qualcosa...ma ritroverà qualcuno che credeva di aver perso da tempo.
Non voglio darvi troppe anticipazioni.
Leggetelo!


VOTO:


martedì 22 gennaio 2013

Il caffè delle donne di Widad Tamimi: recensione!

Avevo parlato di questo libro un po' di tempo fa, lo avevo acquistato a metà prezzo da Libraccio.it e poi tra una cosa e l'altra è finito sotto nella pila dei libri da leggere. Lo avevo quindi prestato a una mia amica, la quale dopo averlo terminato mi ha detto: leggilo perché è a dir poco stupendo!
Avendo altri libri da leggere, non l'ho mai preso in mano, fino a quando...mi sono trasferita a Torino e mi sono ritrovata senza internet. Per passare il tempo ho deciso di cominciare Il caffè delle donne e nel giro di pochi giorni l'ho divorato.
Ambientato tra la Giordania e Milano, Il caffè delle donne è un libro molto interessante e affascinante per noi occidentali che spesso, a causa dei fatti internazionali, guardiamo agli arabi con sospetto. Questa storia mette in campo differenze, etniche, culturali, geografiche; la protagonista Qamar è di origini giordane, ma è cresciuta a Milano, ad Ammam torna solo d'estate e proprio in questi momenti si rende conto delle differenze che intercorrono tra i due paesi.
A fare da cornice in questa storia è appunto il caffè, che forse più che una semplice cornice è proprio un espediente, quasi un personaggio che si prende un suo ruolo importante, tra caffè espressi e caffè arabi, letture dei fondi della tazzina, la storia avanza e ci porta a scoprire tradizioni uniche come appunto il caffè delle donne. Ci spiega questo rituale complesso, che parte dalla preparazione del caffè e termina con la lettura di un fondo di una tazzina.
Nel caffè si nasconde il destino delle persone e anche quello di Qamar, la protagonista, che sta attraversando un periodo non semplice della sua vita, vuole un figlio, ma a quanto pare non è così semplice, per non parlare degli alti e bassi nella relazione con Giacomo. Nel caffè ci si incontra, ci si scontra per opinioni e origini, diverse vedute riguardo la vita.
Mille ingredienti, tra cui il caffè, ci regalano una storia semplice eppure densa di significati, ricca di sogni, di speranze. Il caffè delle donne ci racconta la vita con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, Widad Tamimi mette in campo la sua esperienza di donna e di araba, offrendo al pubblico un prodotto molto interessante, costruito sapientemente alternando la vita di Qamar da grande e da piccola, durante le vacanze in Giordania. 
La sua scrittura permette di visualizzare a pieno le scene e in alcuni punti sembra di sentire il vento del deserto, il caldo, la sabbia che si infila in mezzo alle dita dei piedi.
Sinceramente non mi stupirei se tra qualche anno un regista lo scelga per realizzare un film, è un libro davvero unico, se non fosse che l'anno è appena cominciato, direi che è uno dei migliori libri letti quest'anno
E voi, lo conoscete? Lo avete letto?
Attendo le vostre opinioni!

VOTO:



lunedì 21 gennaio 2013

Il tuttomio di Andrea Camilleri: recensione!

Il tuttomio è il nuovo romanzo di Andrea Camilleri, il protagonista non è il ben noto commissario Montalbano, ma una giovane donna: Arianna.
Non avendo fatto precedentemente una scheda del libro, prima di proseguire nella recensione, è bene dargli un'occhiata, soprattutto perché si tratta di un libro un po'...diverso dai soliti libri "montalbanici". 

TRAMA
Arianna ha trentatré anni, ma il suo temperamento è deliziosamente infantile. Quando Giulio la incontra è conquistato da questa creatura smarrita, selvatica come una bimba abbandonata eppure bellissima e sensuale. Arianna entra nella sua vita con una naturalezza che lo strega e dal giorno in cui la sposa Giulio cerca di restituirle la luce che lei gli ha portato offrendole tutto ciò che potrebbe desiderare: anche quello che lui, a causa di un grave incidente, non può più darle.
Così nella loro routine entrano a far parte gli appuntamenti del giovedì, organizzati da Giulio in persona: in un pied-à-terre o in una cabina sulla spiaggia gli uomini destinati a incontrare Arianna sono tenuti a rispettare poche regole inviolabili. Nella vita di questa coppia non ci sono segreti.
Ogni tanto però Giulio è colto dalla consapevolezza che qualcosa gli sfugge: "Tu non mi hai detto tutto di te" le sussurra mentre non riesce a fare a meno di viziarla. Di segreti Arianna ne ha molti, e brucianti, ma quello che custodisce più gelosamente è il "tuttomio": una tana tutta sua, ricavata in un angolo del solaio. I giochi di Arianna e Giulio sono troppo torbidi e coinvolgenti per non farsi, con il passare del tempo, pericolosi...
Che dire?
La prima cosa che colpisce di questo libro è sicuramente il numero di pagine: soltanto 140 che lo fanno assomigliare più a un racconto lungo che a un romanzo breve. Il tuttomio racconta appunto la storia di Arianna e del marito Giulio, del loro amore intriso da perversioni e omicidi. Una storia dalle tinte noir che trae ispirazione dalla vicenda dei marchesi Casati Stampa e da diversi libri della letteratura internazionale: Santuario di William Faulkner e L'amante di Lady Chatterley di David Herbert Lawrence. Non mancano poi i riferimenti mitologici ad Arianna, il labirinto, il Minotauro. Una storia di amore e morte che può essere letta a diversi livelli.
Non è il solito librettino che sfrutta l'eros e il sesso per vendere, non è Cinquanta Sfumature di Grigio e sue declinazioni, Il tuttomio è un viaggio, un'esperienza, abbiamo una protagonista femminile che è ancora una bambina, fa la pipì a letto. Il marito è un eunuco che paga gli amanti della moglie per farla divertire, non potendo egli stesso soddisfarla sessualmente. Eppure Arianna non è solo questo, la sua vita è costituita da diversi amanti e diversi omicidi, stupri subiti dal compagno della nonna. Potrebbe essere paragonata a una prostituta d'alto bordo, potrebbe essere letto come il riscatto verso un altro personaggio della realtà, poi traslato nella finzione, Jack lo Squartatore, l'uomo che uccideva le prostitute.
Questa volta è una donna Arianna a uccidere i suoi uomini, come una mantide religiosa però più tollerante, li elimina quando le cose stanno degenerando e loro le fanno del male, obbligandola ad avere altri rapporti oppure abbandonandola. 
La psicologia di questo personaggio è spaventosa, ma estremamente affascinante e lascia il lettore sconvolto. Ci si rende conto che è una bimba non solo perché appunto fa pipì nel letto, ma lo è nei suoi atteggiamenti nei confronti degli uomini. La sua sessualità, il suo essere emancipata nascondono in realtà un forte infantilismo, una grande incapacità nel gestire i rapporti e le relazioni. Arianna è una materialista, una che sfrutta gli uomini, appoggiata dal marito Giulio, per sentirsi appagata. Ossessionata dal suo corpo, trova evidentemente conferma nell'essere amata e desiderata dagli esponenti del sesso opposto.
Ma cos'è il "tuttomio"?
Il tuttomio è un luogo, un punto nascosto della casa di Arianna, protetto da una testa di vacca, il luogo dove vivono i suoi amici immaginari, dove lei si rifugia e dove le cose possono avere fine. Vanni morirà lì dentro e anche il giovane Mario deciderà di togliersi la vita proprio mentre è prigioniero del tuttomio.


La mia prima settimana taurinense!

Ebbene sì, ha finalmente avuto inizio la mia esperienza taurinense. 
Ho deciso di raccontarvi la prima settimana, durante la quale mi sono assentata da internet perché siamo in attesa del collegamento in casa. 

Tutto è cominciato con un saluto sulla lavagnetta:

per proseguire con la sistemazione della stanza.


Ho indossato le ciabattine style...

...e come primo pranzo, ho deciso di farmi la pasta con il sugo di mammà!

Il giorno dopo: primo pranzo con la coinquilina....uh che fantasia, ma il sugo di mammà doveva essere finito!

Ho scritto gli articoli per ArtInTime di febbraio...

...e il giovedì sera: giropizza con le amiche, sempre a casa, per collaudare l'appartamento.

Dopo la pizza: il dolce...che buoni!!

E ovviamente...non poteva mancare un giro in Feltrinelli per vedere l'intervista-presentazione di Francesca Battistella e del suo libro La stretta del lupo, quello che avevo presentato io a novembre. 
Durante il tour in libreria, ho visto che un libro che volevo prendere da tempo era molto, molto scontato. E allora...come lasciarlo sullo scaffale?

La prima settimana è andata...e ora si continua!

giovedì 10 gennaio 2013

Mi sono arenata...

Come saprete, se mi seguite da un po', avevo all'attivo-in lettura due libri sui quali avevo grandi aspettative; i titoli in questione sono:

- Il seggio vacante di J. K. Rowling

- Il corpo umano di Paolo Giordano

Due scrittori differenti, due libri del 2012, due libri molto attesi, due libri che ahimè non riesco a leggere. 
Mi spiego.
Mi sono bloccata durante la lettura. Mi aspettavo molto da entrambi, non vedevo l'ora di leggere il Giordano post La solitudine dei numeri primi, volevo vedere il suo processo di maturazione, leggere questa storia vera e profonda dei soldati al fronte.
Attendevo Il seggio vacante, anche in questo caso, per vedere il "dopo" di un grande successo come Harry Potter.
Gli ho iniziati e non mi viene voglia di andare avanti a leggerli, non perché siano scritti male, forse è un problema mio, non è il periodo giusto per leggerli...vai a capire!
Il corpo umano non rientra proprio nei miei generi prediletti, essendo un libro che parla di luoghi di guerra, non sempre trovo piacevole leggere su questi argomenti, probabilmente ha influito anche questo sulla mia lentezza cronica di lettura. (Scusate il gioco di parole e l'allitterazione ridondante...)
Il seggio vacante sapevo che era altro rispetto a quello che è stata la Rowling con Harry, ma nonostante tutto volevo leggerlo perché adoro il suo stile ed effettivamente tutto si può dire di quel libro, tranne il fatto che non si veda che è la stessa mano che ha scritto Harry Potter. E' la Rowling dalle prime 3 righe del romanzo. E' lei. 
In questo periodo forse ho bisogno di libri snelli, leggibili, trasportabili (stiamo parlando di due dizionari!), tant'è vero che in due giorni mi sono divorata Dickens, soprattutto ho bisogno di tempo, ultimamente scarseggia, ma spero di riuscire presto ad averne.

So che questo post oscilla tra l'inutile e l'insensato, ma mi piacerebbe sapere cosa ne pensate voi di questi due libri, se li avete letti o se avete avuto i miei stessi problemi. 
Di certo non li voglio accantonare, solo devo riprenderli in un altro periodo!
A presto!


martedì 8 gennaio 2013

Le campane di Charles Dickens: recensione!

Sono commossa, sono finalmente riuscita a leggere Le campane di Charles Dickens, un libro che ho iniziato praticamente ogni anno sotto le feste di Natale e che non ho mai finito!
In realtà l'ho terminato ieri, 7 gennaio, quindi le feste di Natale erano concluse, ma sono ugualmente contenta perché non è una storia Natalizia, quanto di Capodanno, quindi una lettura adatta ai primi giorni dell'anno.
Le campane racconta la storia di Toby Veck e di sua figlia Meg, lui è un fattorino mentre Meg è una giovane donna, innamorata di Richard. I due giovani vorrebbero sposarsi a Capodanno, ma le opinioni della gente non appoggiano questo matrimonio perché i due ragazzi meriterebbero di crescere ancora un po' prima di scegliere con chi condividere il resto della loro vita. 
A fare da cornice in questo racconto di Dickens è il campanile, con le sue campane, Toby sente le loro voci, viene chiamato da queste, tanto che una notte gli sussurrano che la porta del campanile è aperta, quindi corre a chiuderla ed è proprio in questo momento che ha origine il suo viaggio.
Toby si ritrova in preda ai folletti della campane, spiritelli che lo portano a conoscere il futuro, la storia della sua amata Meg che, rimandato il matrimonio con Richard, si ritrova povera e sola, triste, sempre al lavoro per mantenersi. Lui è morto, quindi la figlia deve provvedere da sola al suo sostentamento.
Una storia triste con uno scopo didascalico che ricorda il più celebre Canto di Natale, i folletti sono paragonabili allo spirito dei Natali futuri e Toby non è propriamente come Mr Scrooge, ma occupa la stessa posizione, è colui che deve rivedere i suoi ideali per vivere il nuovo anno in modo migliore rispetto a quello passato. 
Credo che Le campane sia un racconto molto interessante, da leggere dopo il Canto di Natale e da regalare a chi si vuole bene proprio come augurio per il nuovo anno che sta per nascere. E' meraviglioso il modo attraverso il quale Dickens racconta della venuta dell'anno nuovo, come la gente lo attende, quali siano i rimorsi, le speranze, storie dell'800, ma che hanno un'attualità che in alcuni punti è disarmante. 
Una cosa che mi ha colpito è il modo in cui Dickens ci descrive i folletti delle campane, come parlano, come si presentano, come se lui stesso li avesse visti. Dickens aveva vissuto nel periodo della fantasmagoria, della lanterna magica, era appassionato di fantasmi e tutto questo si riversa nei suoi racconti donando loro un forte senso di realismo.
Penso sia chiaro che questo libro mi è piaciuto davvero molto, certo, è un'opera datata, che potrebbe presentare dei problemi a livello di lettura, perché non ha quella dinamicità tipica dei contemporanei, ma è comunque leggibile, il lessico è semplice e la stesura è lineare. 
Credo sia un bel libro da regalare per Natale, davvero! Me lo devo segnare!

Vi saluto con le ultime righe di questo libro, perché possano essere un augurio per il 2013 appena nato: 

"Possa dunque il nuovo anno essere felice per te 
e per tutti quelli la cui felicità dipende da te! 
Possa dunque ogni anno essere più felice del precedente 
e anche il più piccolo dei nostri fratelli 
e delle nostre sorelle 
possa godere della giusta parte 
di quel che il creatore gli ha destinato."

VOTO:



martedì 1 gennaio 2013

BUON ANNO!

So di avervelo già scritto l'anno scorso, ma questa frase è un must, l'avevo ricevuta in un SMS anni fa e mi piace leggerla ogni 1 gennaio:

L'anno nuovo è come un libro con 365 pagine bianche. 
Fai di ogni pagina il tuo capolavoro,
usa tutti i colori della vita
e mentre scrivi...
sorridi!

BUON ANNO a tutti i lettori di Life in Technicolor!


sabato 29 dicembre 2012

La vita è meravigliosa: recensione!

Oggi parliamo di un film che è uscito qualche anno fa, giusto un paio, esattamente nel 1946, il film in questione è La vita è meravigliosa di Frank Capra.
Nel marasma dei film natalizi che ogni anno vengono riproposti, non capisco come mai non scelgano di inserire anche questo film meraviglioso.
George Bailey è un giovane di grandi speranze, vorrebbe fare molto nella sua vita, ma per un motivo o per l'altro si ritrova sempre ancorato alla città dove è nato, Bedford Falls, e decide quindi di dedicare la sua vita a fare del bene agli altri grazie anche alla cooperativa di risparmio fondata dal padre.

La vigilia di Natale lo zio Billy va in banca a versare 8000 dollari, ma a causa di strane vicissitudini finiscono nelle mani del cattivo della città, il ricco e antipatico Henry Potter (si sembra Harry Potter, ma fidatevi, non ha niente a che vedere con il maghetto!). Henry Potter cerca di ricattare George, tentando in tutti i modi di acquisire la sua cooperativa, offrendogli vane speranze.

George litiga con i famigliari e in preda allo sconforto cerca di togliersi la vita gettandosi nel fiume, ma proprio mentre sta per gettarsi, nel fiume compare un uomo, decide di salvarlo. E' un angelo. Noi del pubblico lo sappiamo bene, ma George farà molta fatica a comprenderlo. 
L'angelo, Clarence Oddbody, mostra a George come sarebbe stato il mondo senza di lui, cosa sarebbe successo nella sua cittadina e ai suoi abitanti.
La vita è meravigliosa è un film che fa riflettere davvero moltissimo gli spettatori, Frank Capra era un genio e credo che questa pellicola sia la migliore tra tutte quelle che ha realizzato.
Il modo in cui egli mostra e racconta questi anni difficili dell'America che è appena uscita da una crisi ed ha appena terminato una guerra è davvero singolare perché alterna alla leggerezza tipica delle commedie, un senso di grande profondità e presa di coscienza. Un senso di responsabilità che tutti i personaggi hanno, un senso di appartenenza alla nazione, al paese in cui vivono. 
Credo che questo film rientri tra le pellicole che bisogna vedere almeno una volta nella propria vita, senza pregiudizi sul bianco e nero e riguardo il fatto che è un film del 1946. E' un'esperienza, diciamo così, un viaggio, una cosa da fare, un film da vedere perché sono sicura che non resterete a bocca asciutta, anzi, sarete meravigliati.
Buona visione!

giovedì 27 dicembre 2012

Il corpo umano di Paolo Giordano: on the road!

Se avevo divorato in un giorno La Solitudine dei numeri primi, questo nuovo libro di Paolo Giordano, Il corpo umano, mi sta occupando più tempo del previsto.
Per carità, è scritto bene, la storia ha un suo perché, è ben articolata, si vede che lui ha svolto ricerche sul campo, ma...manca di grip. O per lo meno, fino a dove sono arrivata a leggere non trovo nulla che mi costringa ad andare avanti se non il fatto che voglio terminarlo. Spero non si trasformi in uno scheletro nell'armadio, spero vivamente di riuscire a terminarlo! Credo molto in questo scrittore, lo apprezzo davvero tanto e quando avevo letto i vari articoli di presentazione di questo libro ero incuriosita, perché è un libro sofferto, sudato, non è un libro scritto così, senza riflessioni.
Ho sempre pensato che fosse un libro che meritava di essere letto, invece mi sono arenata. Forse non è il momento giusto, non so. 
Diciamo che mi trovo anche in un periodo in cui faccio particolarmente fatica a leggere perché mi perdo a guardare film, a sistemare la tesi, a fare millemila altre cose. E' un libro che merita tempo e attenzioni, non è di certo da leggere a cuor leggero. Non che la Solitudine lo fosse, tutt'altro, ma questo lo è ancora di più.
Magari qualcuno di voi lo ha letto?
Fatemi sapere, perché fino ad ora ho sentito pareri molto discordanti e so che diversi lo hanno abbandonato.
Io cercherò di stringere i denti, ma non vi prometto nulla.

Cosa mi ha portato Babbo Natale?


Dopo due giorni di festa, mangiate, pranzi degli avanzi, cene degli avanzi, pranzi ex novo, pranzi saltati per eccesso di cibo ingerito nelle 24 ore precedenti...si cerca di ritornare alla quotidianità. 
E allora si ritorna al pc, si aggiorna nuovamente il blog e mi sono detta: raccontiamo cos'ho ricevuto per Natale!
Comincio subito col dirvi che, causa tesi in vista, Babbo Natale si è giustamente contenuto, ma qualche pacchetto l'ho scartato, eccovi la lista:
Un paio di orecchini hand made
Un portafogli con Titti
Un portamonete
Un set di smalti Pupa per fare le unghie sfumate
Un poster del Circolo dei Lettori
Una matita con uno smeraldo verde
Cioccolato
Bagnoschiuma+crema corpo
Soldi, soldini (che probabilmente investirò visto che mi serve un cellulare e vorrei prendermi il kindle)
E cosa più importante di tutte: una casa!
Ebbene sì, dal 21 gennaio 2013 lavorerò a Torino e quindi mi ritrasferisco, come vi avevo già anticipato, ma è notizia di questi ultimi giorni che ho ufficialmente un appartamento. Sono ufficialmente in modalità trasloco, sono in mezzo a pacchi e pacchettini, mentre correggo la tesi aggiorno l'elenco delle cose che devo portare, sento la mia coinquilina e vedo cos'ha lei...
L'idea di ritornare a Torino mi rende molto felice, mi ero trovata benissimo in questa città e quando ero partita mi risuonava in testa una frase: "Tutto questo mi mancherà!". Pensavo che non avrei mai più passeggiato sotto le luci d'artista, lungo via Lagrange, non sarei più andata al cinema Greenwich o al Lux, non avrei più visto il regolo matematico illuminato sulla Mole. Mai dire mai!
Il bello di tornare a Torino è che...è vero, lavorerò e quindi non essendo studente le cose saranno diverse, ma potrò andare al circolo dei Lettori, potrò vedermi un sacco di film che qui non arrivano, potrò...passeggiare alla sera sotto le Luci d'Artista e poi da Piazza Castello guardare lungo via Po, verso la Gran Madre e ammirarla in tutto il suo splendore.
Potrò sedermi sulle panchine di Piazza Vittorio e immaginare l'interno degli appartamenti che si affacciano su questa piazza, potrò visitare il quartiere di Porta Palazzo e il cortile del Maglio, potrò girare tra le bancarelle di libri vecchi, avrò Libraccio vicinissimo a casa...
Mi hanno già prenotato il divano per una Woody Marathon, ci sarà di che divertirsi, per non parlare della decina di musei da visitare (tra cui quello della Resistenza!).
Certo, gli amici di Borgomanero non sono lietissimi all'idea della mia partenza, ma il weekend tornerò a casa, tra le colline novaresi, quindi cercherò di non perdermi nessuno per strada, in questi casi ringrazio facebook che ti permette di mantenere i rapporti anche a distanza, così come Skype. Ovviamente non è la stessa cosa, ma piuttosto che niente...
E pensare che a ottobre non volevo assolutamente tornare a Torino. 



Il bambino con il pigiama a righe: recensione!


Parlare di un film come Il bambino con il pigiama a righe è tutt'altro che semplice. Non mi viene naturale dire se sia bello o brutto, è un film da vedere che difficilmente vorrete riguardare.
Ambientato in Germania durante la Shoah, i suoi due piccoli protagonisti sono un bimbo di razza ariana, Bruno, e un bimbo ebreo, Shmuel, i due s'incontrano lungo la linea di recinzione del campo di concentramento, costruiscono giorno dopo giorno la loro amicizia, dimostrando che ebrei ed ariani possono convivere pacificamente senza problemi. Eppure per gli adulti questa amicizia sembra impensabile, gli ebrei devono essere sterminati, come dice Hitler e anche i bambini devono essere al corrente e iniziare a denigrare gli ebrei fin da piccoli.
Un film duro, molto toccante e sconvolgente che fa vivere la realtà dei campi con gli occhi dei bambini, dai documentari che raccontano i campi come luoghi di svago e vacanza, fino alla triste realtà delle camere a gas, delle ciminiere che separano le famiglie e le distruggono.
Vorrei evitare di raccontare il finale, ma proprio a partire da questo nasce la riflessione che davvero colpisce lo spettatore. Bruno raggiunge l'amico all'interno del campo per aiutarlo a cercare il padre, durante quest'avventura vengono trasportati nella camera a gas insieme agli altri uomini della baracca. Nonostante il padre, generale dell'esercito, accorra per salvare il figlio, non arriverà in tempo. Bruno muore come l'amico ebreo. Non c'è differenza tra loro. La macchina infernale si macchia erroneamente di sangue ariano. Il finale è straziante, si spera fino all'ultimo che il bambino possa salvarsi, ma purtroppo non sarà così.
Credo che Il bambino con il pigiama a righe meriti di essere visto, può diventare un ottimo mezzo di riflessione e disquisizione sulla Shoah. 
Tutte le volte che leggo libri, vedo film, visito luoghi che hanno a che fare con il genocidio ebraico, mi domando come possa certa gente negare! Trovo sia assurdo! Ma soprattutto perché inventarsi una cosa del genere? Se davvero fosse finta, perché la mente umana dovrebbe immaginari una sterminazione?
Vorrei sapere sulla base di cosa questa gente parla.
Detto questo, non vi consiglio di vederlo per la sua bellezza, ma deve essere visto per non dimenticare, per ricordare e raccontare.

lunedì 24 dicembre 2012

O è Natale tutti i giorni o non è Natale mai!

Il post che state per leggere probabilmente vi sembrerà la fiera dell'utopia, quindi, se siete deboli di cuore, tendenzialmente inclini a mandare a stendere chiunque vi parli dello spirito natalizio, beh...chiudete subito questa pagina, datemi solo il tempo di augurarvi buon Natale. Se invece lo spirito del Natale sembra essersi impossessato di voi e da qualche ora alternate Jingle Bells a Tu scendi dalle stelle, se avete trascorso il vostro pomeriggio tra fiocchi e fiocchetti, carte colorate e regali...proseguite, male non dovrebbe farvi.
Dunque, che dire... Avete presente quando in questo periodo la gente continua a ripetere che a Natale si è tutti più buoni? Beh, è vero...potrebbe essere un luogo comune. Forse lo è. Eppure vi invito a fermarvi un attimo.
Effettivamente lo spirito natalizio a volte vi porta a fare cose che normalmente non fareste. È difficile non essere contagiati da questa febbrile gioia, questo senso di attesa di un momento magico. Siate voi credenti o meno, il Natale è davvero un momento di attesa, c'è chi attende la venuta del bambinello, chi di riabbracciare persone lontane, chi attende un momento da trascorrere con la famiglia. Ognuno vive la sua attesa, c'è chi la esterna e chi la tiene segreta.
Il Natale è emozioni, è famiglia, è riabbracciare i vecchi amici, è riscoprire vecchie amicizie, è rinnovare l'amore.
Charles Dickens scriveva: “Ho sempre pensato al Natale, quando arriva, come ad un tempo di bontà; tempo di gentilezza, di perdono, di amore; il solo tempo che io conosca nel lungo calendario dell’anno in cui gli uomini e le donne sembrano concordi ad aprire i loro chiusi cuori liberamente, ed a pensare agli uomini al di sotto di loro come se fossero davvero dei compagni nel viaggio verso la tomba, e non un’altra razza di creature dirette ad altri lidi” .
Ma dobbiamo proprio attendere il Natale per tutto questo? Non è un po' assurdo che ci sia solo un periodo all'anno per ricordarsi di chi è meno fortunato di noi, per riallacciare rapporti che si sono incrinati e sembravano ormai perduti da tempo?
Ovviamente no.
O è Natale tutti i giorni o non è Natale mai. È inutile interpretare Mr Scrooge tutto l'anno e poi il 24 e 25 dicembre diventare le persone più felici, festose e contagiose della storia. Credere che il Natale sia il pretesto per essere più buoni è come nascondersi dietro un dito. 
Facendo sempre appello a Dickens, nel Canto di Natale leggiamo: “Onorerò il Natale nel mio cuore e lo farò per tutto l’anno
Charles Dickens aveva ragione.
Portate il Natale con voi e contagiate tutti con la sua bellezza.

Quest'anno voglio farvi gli auguri di Natale così, con l'aiuto di uno scrittore.
Vi auguro di trascorrerlo con le persone che amate, di ricevere tutto l'affetto di cui avete bisogno, di regalarlo agli altri, vi auguro di ricevere doni che durino in eterno, che non vengano logorati dal tempo.
Vi auguro un Natale che sia come quei famosi diamanti: un Natale per sempre.

Auguri cari lettori!

giovedì 20 dicembre 2012

Un libro per Natale!

Non so se questo capita anche a voi, ma sotto Natale mi viene sempre voglia di leggere un libro natalizio, che sia Dickens o altro, mi viene sempre voglia di leggere qualcosa sul Natale.
Di fatto poi sono rarissime le volte che leggo qualcosa.
E dire che di libri sul Natale ne ho...in quantità industriali, ma il tempo in questo periodo è sempre poco, poi quest'anno con una tesi in consegna, ancora meno!
L'intenzione era quella di leggere Le Campane di Charles Dickens, accantonando Rowling e Giordano (si, sto leggendo ancora loro...), fermare tutto, per dedicarmi solo a Charles. Riuscirò?
Non ne ho la benchè minima idea, fortuna vuole che venerdì mi attende un viaggio in treno quindi potrei dedicare le 4 ore di transumanza alla lettura, ma avrei anche una tesi da correggere. Devo organizzarmi.
Ma quali sono le letture che meritano di essere rispolverate per Natale?
Eccovi un rapido elenco:

Il primo dono di Paul Richard Evans
Una giovane coppia si trasferice con la figlia nella lussuosa residenza di un'anziana Mary per occuparsi di lei e della casa. Ma troppo spesso gli occhi di Mary sono arrossati dal pianto... E a chi sono dirette le lettere nascoste in soffitta che iniziano tutte con "Tesoro mio"...? Un romanzo struggente.

L'abete di Hans Christian Andersen
Una fiaba natalizia. Protagonista un giovane abete che ha un unico desiderio, quello di crescere. Il suo destino sarà quello di diventare un albero di Natale e vivere una commovente avventura.

Un giocattolo per Natale di Gianni Rodari
Entrai nel bugigattolo, nel quale c'era posto solo per due sgabelli di legno e per uno scaffaletto su cui erano disposte quattro o cinque minuscole scatole. «Scusi» dissi «ma non vedo giocattoli». «Li vedrà». E l'omino aprì una delle scatolette e ne trasse un apparecchio che a prima vista mi sembrò un normale telecomando. Invece...

La freccia azzurra di Gianni Rodari
Nella notte di Natale, in tutto il mondo, Babbo Natale porta i suoi doni ai bambini che sono stati buoni. Quelli italiani sono i più fortunati, perché la notte tra il 5 e il 6 gennaio ricevono degli altri regali: volando a cavallo di una scopa glieli porta la Befana, una vecchia burbera ma buona. Ma un 5 gennaio di tanti anni fa i bambini italiani rischiarono di non avere nessun dono. Da qui parte una fiaba moderna animata da indimenticabili personaggi, dal trenino Freccia Azzurra al capitano Mezzarba, dal cagnolino Spicciola all’indiano Penna d’Argento. La befana e la sua serva Teresa dovevano distribuire ai bambini i giocattoli che avevano nella vetrina del loro negozio. Un treno a vapore, la freccia azzurra era esposto in un negozio e un bambino, Francesco lo desiderava tanto, ma siccome era povero non poteva averlo. Quella notte i giocattoli uscirono dal negozio e girarono per la città per donarsi ai bambini meno fortunati.

Le lettere di Babbo Natale di J. R. R. Tolkien
Il 25 dicembre 1920 J.R.R. Tolkien cominciò ad inviare ai propri figli lettere firmate Babbo Natale. Infilate in buste bianche di neve, ornate di disegni, affrancate con francobolli delle Poste Polari e contenenti narrazioni illustrate e poesie, esse continuarono ad arrivare a casa Tolkien per oltre trent'anni, portate dal postino o da altri misteriosi ambasciatori. Una scelta di questi messaggi annuali, trascritti a volte in forma di colorati logogrifi, formano questa fiaba intitolata "Le lettere di Natale", scritta a puntate da un Tolkien non tanto in vena di paterna e didattica allegria, quanto in groppa all'ippogrifo della sua fantasia filologica e ironica.

Il canto di Natale di Charles Dickens

Nella gelida notte della vigilia di Natale il vecchio Scrooge, che ha passato tutta la sua vita ad accumulare denaro, riceve la visita terrificante del fantasma del suo socio. Ma è solo l’inizio: ben presto appariranno altri tre spiriti, per

trasportarlo in un vorticoso viaggio attraverso il Natale passato, presente e futuro. Un viaggio che metterà Scrooge di fronte a quello che è realmente diventato: un vecchio tirchio, insensibile e odiato da tutti, che ama solo la compagnia della sua cassaforte. Riuscirà la magia del Natale a operare un miracolo sul suo cuore inaridito?


Le campane di Charles Dickens
Il messaggio di amore e di fiducia nell'uomo viene affidato in questo racconto (1844) alla voce delle campane, vecchie compagne dello sparuto, affamato Trotty Veck, perennemente in attesa di messaggi o pacchi da recapitare. Divenute immense spettrali figure, lo guidano attraverso il difficile cammino dell'apprendimento, additando nella sfiducia verso l'umanità la sua colpa. Gli scorrono davanti agli occhi le immagini di un futuro amaro e senza riscatto, in cui gli esseri amati si degradano nella miseria, nella prostituzione, nel crimine. In un incerto equilibrio tra la vita e la morte il racconto consente, sin quasi alla fine, una doppia lettura: visione d'incubo di un futuro possibile; oppure "realtà" di cui Trotty, ormai spettro, viene messo al corrente. Il finale serve al personaggio e allo scrittore, per prefigurare una marea del Tempo che spazzi via come foglie i sopraffattori.

Il grillo del focolare
John Peerybingle vive felicemente con la moglie Piccina, chiamata affettuosamente così perché molto più giovane di lui, quando il vecchio Tackleton mette in dubbio la fedeltà della sua giovane sposa. Insinuazione che sembra trovare conferma in un'immagine fugace e inaspettata che John ha di Piccina in colloquio intimo con un bel giovane. La storia sembra volgere in tragedia, ma interviene il grillo del focolare, nume tutelare della casa, simbolo della felicità domestica. Un racconto sul perdono, sulla fiducia, sull'amore coniugale e filiale, dove anche gli inganni a fin di bene causano un oscillante e ansioso stato d'animo tanto nei protagonisti quanto nei lettori. Una favola domestica in cui un piccolo grillo parla, col suo canto garrulo, di virtù e di sacrificio divenendo così un prezioso genio domestico, come vuole una popolare usanza inglese che si ricollega, andando indietro nel tempo, al culto presso gli antichi greci della cicala, celebrata da Anacreonte, oppure alla venerazione che gli egizi mostravano verso lo scarabeo. Si tratta, cronologicamente parlando, del terzo racconto di Natale di Charles Dickens (1812-1870) che fece palpitare i lettori del XIX secolo e che contiene una toccante e sempre attuale riflessione sulla forza dell'amore.

I re magi di Giovanni da Hildesheim
Un libro che narra la storia dei Magi e ne spiega i loro doni, un'opera antichissima redatta in latino.

La battaglia della vita
La vicenda si apre con una descrizione di un paesaggio inglese di campagna che tempo prima aveva fatto da sfondo ad una terribile battaglia in cui avevano trovato la morte decine di soldati e cavalli. È sempre qui che si svolge la storia. Su quel campo si trova infatti la residenza del dottor Jeddler, un filosofo che considera il mondo come un grande scherzo; con lui vivono le due figlie, Grace, la più grande, e Marion, la minore. Da quando le due hanno perso la madre, Grace si è sempre occupata della sorella più piccola di cui è divenuta, col passare del tempo, un punto di riferimento. In casa lavorano il signor Britain e Clemency Newcome, una domestica che ama procurarsi ferite ai gomiti ed esibirle. Marion ha una storia d'amore con un certo Alfred, al quale è stata promessa in sposa, e tutti sembrano credere che le cose fra i due vadano bene. Alfred ha concluso degli affari con gli avvocati Snitchey e Craggs ed ora deve partire per qualche tempo per fare un po' di esperienza. Durante l'atteso giorno di ritorno del ragazzo, in casa Jeddler viene organizzata una grande festa per accoglierlo e ad essa vengono invitati parenti e conoscenti del dottore che ammirano la grazia delle sue figlie, in particolar modo Marion. La ragazza, tuttavia, non pienamente convinta di questa sua relazione con Alfred, decide di fuggire assieme a Werden, un uomo che già da qualche tempo manifestava qualche interesse per la giovane e ne aveva già parlato con gli avvocati Snitchey e Craggs. La notizia della fuga della ragazza porta grande sconcerto presso gli invitati e quando, una volta giunto, Alfred lo viene a sapere, cerca di trovare lì vicino Marion, ma per lui non c'è più nulla da fare. Intanto il tempo trascorre e le cose cambiano: Craggs muore, lasciando da solo il suo attaccatissimo collega Snitchey; Clemency e Britain si sposano, lasciano casa Jeddler e aprono un'osteria in proprio; Grace ed Alfred si sposano nel tentativo di dimenticare la fuga di Marion, da entrambi sempre amata, e di consolarsi a vicenda. Sei anni dopo la fuga, Marion ricompare; dapprima Werden si presenta in osteria dove viene riconosciuto da Clemency; poi Marion va nella casa del padre e lì incontra finalmente la sorella Grace ed Alfred, che da tempo immemore desideravano rivederla. La gioia è grande in casa Jeddler e la zia di Marion, presso la quale la ragazza era andata a vivere, riprende a parlare con il fratello, il dottor Jeddler, con il quale non parlava da tempo. Ora Marion fa capire che la sua fuga è stata un sacrificio per la sorella, per ringraziarla dell'amore con la quale si era presa cura di Marion: avendo la ragazza capito che le cose con Alfred sarebbero potute andare meglio a Grace piuttosto che a lei, aveva abbandonato la casa natale nella speranza che i due si potessero sposare e trovare così il vero amore.

Il patto col fantasma
Il patto col fantasma (1848) è sicuramente il racconto più cupo della raccolta; nonostante l'inevitabile lieto fine infatti, il testo ruota intorno a un tema difficile e perturbante, su cui Dickens ha già scr tto e su cui tornerà a scrivere, quello dello sdoppiamento della personalità. Protagonista e motore dell'azione, accanto all'alchimista, è il suo spettro, figura vagamente demoniaca che offre all'altro se stesso la speranza fallace dell'oblio. Ma l'oblio del passato e dell'antica ferita, porta con sé non solo la morte del proprio dolore, ma anche la frigidità emotiva, la cancellazione della sensibilità e del sentimento che soli rendono la vita degna di essere vissuta. È questa la lezione che il fosco personaggio apprende nel corso del racconto, accogliendo in sé la memoria come un tesoro prezioso e irrinunciabile.





LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...