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giovedì 13 giugno 2013

Reality di Matteo Garrone: recensione!

So che non è appena uscito, so perfettamente che questo film avrei dovuto vederlo tempo fa, ma purtroppo me lo sono perso per strada. Sono finalmente riuscita a rimediare!
Reality è film intelligente, che mi fa dire: Questa è l'Italia che mi piace! Attenzione, non mi piace assolutamente l'Italia che racconta, ma apprezzo moltissimo il modo scelto da Garrone per raccontare quel che non è bello nel nostro paese. 
L'intera storia è incentrata su Luciano, pescivendolo di professione e truffatore nel tempo libero. Sposato con tre figli, è un po' il comico della famiglia e proprio questo suo modo di fare lo fa diventare un personaggio nel suo quartiere. Tutti i suoi parenti glielo dicono: "Tu dovresti fare il Grande Fratello!". Ridendo e scherzando i provini del Grande Fratello arrivano nel centro commerciale, la figlia più piccola di Luciano telefona al padre e gli chiede di raggiungerla per fare un provino. Luciano arriva tardi, ormai i provini sono finiti, ma il divo del Grande Fratello, conosciuto precedentemente a un matrimonio, lo aiuta e riesce comunque a farglielo ottenere. 
Da qui in avanti la vita di Luciano cambia e viene vissuta tutta in funzione di questo provino, la sua vita diviene un Grande Fratello, crede che gli organizzatori del programma inizino a seguirlo, a controllarlo per vedere la sua condotta.

Una storia davvero notevole, ma dal gusto tremendamente amaro, una storia ahimè specchio della nostra Piccola Grande Italia. Fin dalle prime scene ci rendiamo conto quanto sia importante l'apparenza per queste famiglie. Si comincia con un matrimonio sfarzoso in una tenuta da sogno, gli abiti sono ricchi di lustrini, hanno dei toni molto accesi, al termine della giornata la famiglia torna a casa, in un labirintico rudere su più piani, dove il disabile deve essere portato in spalla fino al piano dove abita, dove le camere sono fatiscenti e stridono con gli abiti del matrimonio. Smessi quelli la bellezza svanisce, si torna alla quotidianità, si smette la maschera. Proprio la tematica della maschera viene portata in scena dallo stesso Luciano, al matrimonio infatti si traveste da donna e impersona così una Drag Queen, il suo volto è irriconoscibile, nascosto da strati di cerone. Tutto il film poi è una maschera, la vita di Luciano viene influenzata da questo Grande Fratello, cerca di modificare i comportamenti, arriva a regalare i mobili ai più poveri pur di farsi, secondo i suoi ragionamenti, notare dalla produzione. 

Il Grande Fratello sembra l'unica ragione di vita non solo per Luciano, ma anche per chi gli sta attorno, sono i figli e i parenti a spingerlo a fare il provino, il paese intero lo deride quando non viene richiamato dopo il provino di Roma, sembra che una persona sia da giudicare in base alla sua notorietà e al suo conto in banca. Chi è stato al Grande Fratello è un eroe, è un punto di riferimento, una persona con la quale scattare le foto, una persona da rincorrere per fargli fare una foto con la figlia. Eppure Enzo, l'uomo che è stato nella casa del Grande Fratello, è palesemente un grande cafone, passatemi il termine. Incontra Luciano in più occasioni e ogni volta il pescivendolo deve ricordargli chi è perché Enzo non si ricorda di lui. 

Interessante anche la scelta del finale, ora non voglio rovinarvelo, ma ho trovato molto interessante come Garrone ha scelto di raccontarcelo. Luciano va a Roma in occasione della via Crucis con il Papa, ad un certo punto scappa e raggiunge la casa del Grande Fratello, entra negli studi indisturbato, gira e guarda le stanze e i protagonisti da dietro il vetro, sembra quasi un bambino in visita a un acquario. Nessuno si accorge di lui, tanto che a me è venuto spontaneo domandarmi: ma Luciano è veramente lì o stiamo vivendo un'immagine della sua mente? Magari la casa è solo frutto della sua ossessione-immaginazione, ha visto giorno e notte il Grande Fratello, si è ricostruito un confessionale nello sgabuzzino di casa sua, ha addirittura litigato con la moglie, non si starà immaginando tutto?

Garrone non ce lo dice, il finale resta aperto, sta allo spettatore darsi delle risposte, o meglio...farsi delle domande. Onestamente è inevitabile non farsele. Quello che Garrone racconta è uno spaccato dell'Italia davvero realistico, l'ossessione Grande Fratello esiste veramente, alla gente piace guardare quattro cretini che entrano e escono dalle piscine, hanno rapporti sessuali più o meno espliciti, si tirano i capelli, fumano... Alla gente piace staccare il cervello e lasciarsi vivere. Già perché guardando il Grande Fratello si finisce a vivere le vite degli altri, ma non come quando si legge che ci si appassiona e si vive un'avventura con il protagonista, o come quando si guarda un film e ci si fa trasportare dalla narrazione (in caso di libri e film degni di essere chiamati tali!!), il Grande Fratello ammazza i neuroni! Non si capisce se siano più fuori di testa quelli dentro la casa, o quelli fuori. 
Reality è sicuramente un film da guardare e mi spiace essere riuscita a recuperarlo così tardi. 

VOTO: 





sabato 2 marzo 2013

The Words: recensione!

The Words racconta la storia di Rory (Bradley Cooper) che vuole diventare scrittore. Purtroppo si sa che per sfondare in questo campo bisogna avere idee geniali e cercare di scrivere qualcosa che non sia mai stato scritto. Rory non riesce facilmente a trovare la sua voce, inizia quindi per motivi economici a lavorare in una casa editrice e quando sembra di essere sul punto di pubblicare il suo libro la risposta che arriva dall'editore è che è un buon prodotto ma troppo eccessivo.
Rory crede di non avere speranze, quando nella cartellina acquistata in un negozio di cose vecchie a Parigi, trova un manoscritto. Si tratta di un romanzo. Lo legge e capisce le sue potenzialità, capisce che è tutto quello che vorrebbe essere lui, ma che non sarà mai; una sera non riuscendo a dormire si sveglia, va alla sua scrivania e comincia a trascriverlo per fare sue quelle parole. Un giorno la moglie per caso lo trova, lo legge e ne rimane colpita. Gli chiede di pubblicarlo ed effettivamente l'editore lo apprezza molto e diviene così un immenso successo editoriale.
Ma si sa che le bugie hanno le gambe corte e un giorno per caso si fa vivo il vero autore del libro.
Questa è la trama principale, ma a fare da cornice a questa, secondo un sistema di scatole cinesi, abbiamo il filone narrativo che ci fa capire che Rory è di fatto un personaggio di un romanzo scritto dal celeberrimo autore Clayton Hammond. Ulteriore passo narrativo è la storia all'interno della storia di Rory, quella del vero autore del romanzo che spiegherà come è nata quella storia.
The Words ha quindi un sistema a scatole cinesi, a Matriosca in cui una storia si intreccia con l'altra, si riversa nell'altra. 
E' un film davvero piacevole che però onestamente mi aspettavo un po' più macabro, magari con qualche punizione fisica nei confronti di Rory da parte del vero autore del manoscritto. Non voglio sembrare tragica, o forse troppo kighiana, ma ci potrebbe tranquillamente stare uno scrittore che rapisce l'uomo che gli ha sottratto il libro e lo sottopone a dei giorni di prigionia. 
Però in questo caso dovrebbe essere uno psicopatico...e non ha proprio niente a che vedere con il personaggio di The Words.
Unica pecca è il finale, che onestamente mi sarei aspettata un po' differente, forse anche alla luce dei pensieri che mi ero originariamente fatta sul film. Probabilmente però a molti di voi piacerà la scelta fatta dal regista.
Osservando The Words nel suo complesso, è sicuramente un film con molto potenziale, che porta lo spettatore a riflettere, che tocca tematiche importanti e che per l'ennesima volta fa capire che se uno vuole diventare uno scrittore deve andare a Parigi (questa è un po' una fissa!). Molto elaborato e ben scritto a livelli di sceneggiatura anche se amplierei la parte con l'autore Clayton Hammond, troppo marginale e allo stesso tempo densa di contenuti. 
E voi? Lo avete visto?
Cosa ne pensate?

sabato 29 dicembre 2012

La vita è meravigliosa: recensione!

Oggi parliamo di un film che è uscito qualche anno fa, giusto un paio, esattamente nel 1946, il film in questione è La vita è meravigliosa di Frank Capra.
Nel marasma dei film natalizi che ogni anno vengono riproposti, non capisco come mai non scelgano di inserire anche questo film meraviglioso.
George Bailey è un giovane di grandi speranze, vorrebbe fare molto nella sua vita, ma per un motivo o per l'altro si ritrova sempre ancorato alla città dove è nato, Bedford Falls, e decide quindi di dedicare la sua vita a fare del bene agli altri grazie anche alla cooperativa di risparmio fondata dal padre.

La vigilia di Natale lo zio Billy va in banca a versare 8000 dollari, ma a causa di strane vicissitudini finiscono nelle mani del cattivo della città, il ricco e antipatico Henry Potter (si sembra Harry Potter, ma fidatevi, non ha niente a che vedere con il maghetto!). Henry Potter cerca di ricattare George, tentando in tutti i modi di acquisire la sua cooperativa, offrendogli vane speranze.

George litiga con i famigliari e in preda allo sconforto cerca di togliersi la vita gettandosi nel fiume, ma proprio mentre sta per gettarsi, nel fiume compare un uomo, decide di salvarlo. E' un angelo. Noi del pubblico lo sappiamo bene, ma George farà molta fatica a comprenderlo. 
L'angelo, Clarence Oddbody, mostra a George come sarebbe stato il mondo senza di lui, cosa sarebbe successo nella sua cittadina e ai suoi abitanti.
La vita è meravigliosa è un film che fa riflettere davvero moltissimo gli spettatori, Frank Capra era un genio e credo che questa pellicola sia la migliore tra tutte quelle che ha realizzato.
Il modo in cui egli mostra e racconta questi anni difficili dell'America che è appena uscita da una crisi ed ha appena terminato una guerra è davvero singolare perché alterna alla leggerezza tipica delle commedie, un senso di grande profondità e presa di coscienza. Un senso di responsabilità che tutti i personaggi hanno, un senso di appartenenza alla nazione, al paese in cui vivono. 
Credo che questo film rientri tra le pellicole che bisogna vedere almeno una volta nella propria vita, senza pregiudizi sul bianco e nero e riguardo il fatto che è un film del 1946. E' un'esperienza, diciamo così, un viaggio, una cosa da fare, un film da vedere perché sono sicura che non resterete a bocca asciutta, anzi, sarete meravigliati.
Buona visione!

mercoledì 12 dicembre 2012

Paris-Manhattan: recensione!


Poor little Woody! Mi verrebbe da dire così, eppure Woody è al corrente della boiata che hanno cercato di costruire su di lui.

Di cosa sto parlando?
Dunque, il mese scorso è uscito al cinema Paris-Manhattan, ero letteralmente esaltata dall'idea di vedere questo film perché io amo Woody Allen, avevo addirittura segnalato la pellicola tra le sei da vedere su ArtInTime, ebbene, me ne pento amaramente.
La Movie List viene fatta a scatola chiusa, è quello che io mi annoto ogni mese sull'agenda: questo mese voglio vedere....e mi segno i titoli. Poi da quelli ne scelgo sei e li inserisco in ArtInTime. Non essendo una giornalista, non vengo invitata alle anteprime e quindi è inevitabile fare così. Solitamente seleziono sulla base di: registi, attori, argomenti, produttori. Ogni tanto va bene, ogni tanto: disastro colossale!
Paris-Manhattan è stato proprio una delusione! Onestamente la storia prometteva davvero bene, infatti non sono l'unica ad averlo inserito nella lista dei film da vedere, peccato che questi avevano un'idea geniale per le mani e l'abbiano gettata al vento. Alice è una farmacista, ama Woody Allen, non riesce a trovare l'uomo della sua vita e a casa dialoga con il ritratto del regista. La trama è molto semplice, ricorda Provaci ancora Sam, ma essendo dichiaratamente un film su Woody, ci sta, e il fatto che sia così tremendamente semplice, non preannuncia necessariamente un disastro cinematografico (scusate l'esubero di avverbi!). Il punto è: bisogna valutare come viene messa in pratica questa idea.
Ecco.
La sceneggiatura non convince proprio. 
Se io potessi parlare con la regista e gli sceneggiatori gli farei notare queste cose:
1. Il ritratto di Woody parla per "aforismi" che sono citazioni di altri film di Woody. Carino, anche Bogart in Provaci ancora Sam era Rick di Casablanca, ma era Rick in tutto e per tutto! 
Qui si scade nel banale, citazioni fini a se stesse, quasi buttate lì, che ad un certo punto poi svaniscono e non vengono più inserite perché lei stacca il poster di Woody perché decide che non è più l'uomo della sua vita. L'idea è in sè carina, ma calcare un po' di più la mano?
2. Woody Allen ha uno stile unico, i suoi personaggi sono dei tipi inconfondibili che in questo film davvero scompaiono. Non era più divertente riproporre dei tipi alla Woody all'interno del film?
3. La cura con i DVD. Questa è da denuncia. In primis da parte dell'ordine dei medici, in secondo luogo tutti i cineasti e cinefili dovrebbero fare un'insurrezione. Ma non è credibile! Che l'idea potrebbe essere carina, ma messa così sembra una cosa in stile Walt Disney. Woody Allen ha poteri taumaturgici nel senso che ti fa fare grasse risate, va bene, ma non puoi sostituirlo al paracetamolo! Insomma spendi del tempo, fai un film di 90 minuti invece che di 70 e gioca con quest'idea, non mettermi un ladro...un ladro che Alice fa uscire dal retrobottega con in mano dei film perché ha avuto un'infanzia difficile e quindi deve essere aiutato. Poi lui glieli restituisce pure!
4. Che fine fa il fidanzato di Alice? Forse mi sono addormentata, ma ad un certo punto è sparito o sbaglio?
5. La sorella che partecipa a serate a tre è veramente il tipico "sesso" da infilare nei film per vendere. Non vedo niente di così utile in questa scelta.
6. I genitori di Alice. La madre alcolizzata e il padre sono due personaggi che alla fine nella cornice hanno un loro perché, ma quando trovano Alice nel letto della sorella con Victor, parliamo della loro reazione? No, non parliamone: non reagiscono. Due battutine di circostanza e di nuovo sotto a cercare indizi sui presunti tradimenti del genero.
Palesi riferimenti a Misterioso omicidio a Manhattan, ma siamo lontani anni luce da tutto questo.
7. Paris. Dov'è? Siamo un po' nelle vie secondarie. Il che può essere interessante, ma se mi parli di Woody Allen minimo mi fai vedere i luoghi tipici di Parigi. Manhattan è un tributo all'isola, se qui nomini Parigi...fammi vedere la Parigi che tutti conoscono! Sarà la fiera dell'ovvio? No, è un film che vuole parlare di Woody, quindi dovrebbe esserci un po' di "punto di vista di Woody" e in Woody la città conta. Hanno speso milioni di parole sul rapporto Woody-città!!!
8. Woody alla fine del film. So che è uno spoiler, carissimi lettori, ma devo assolutamente dirlo! Evidentemente gli hanno fatto leggere una sceneggiatura carina...
Però, un momento.
Diciamolo. La storia in sé non è malvagia, è un'idea interessante, solo che si sono fermati allo strato esterno, se rompevano la crosta e andavano in profondità, caratterizzavano e rendevano davvero in stile Allen l'intero film, attenzione, senza plagiare, ma cercando di fare un tributo, secondo la mia modestissima e insignificante opinione, avrebbero potuto offrire un prodotto da Oscar. Non lo nego. 
Così...è un film che lascia il tempo che trova, che non aggiunge nè toglie niente al panorama cinematografico. Che passa senza lasciar traccia.
Un vero peccato!
9. La storia si perde, va in una direzione e poi: dispersi nel deserto, oppure nella savana...cioè..ma un filo logico? E dire che non è niente di complesso, è una commedia!

Basta, mi fermo. Volevo fare anche il punto 10...ma non è il caso.
Se per caso a voi è piaciuto, fatemelo sapere. 
Alla prossima! 

mercoledì 14 novembre 2012

Cesare deve morire: recensione!

Quando era uscito al cinema non ero riuscita a vederlo, abitavo ancora a Torino e c'era la possibilità di vedere il film e poi di assistere al dibattito con i fratelli Taviani, ora che l'ho visto posso dire che mi mangio davvero le mani all'idea di essermelo perso.
Cesare deve morire dei fratelli Taviani è una di quelle pellicole che ti fa dire: sono orgoglioso di essere italiano! È un gioiello, una perla rara nel marasma delle pellicole italiane, un prodotto da guardare e riguardare, da mostrare ai ragazzi e su cui riflettere.
Narra il backstage della messa in scena dello spettacolo tratto dalla tragedia di Shakespeare: Giulio Cesare, ma questo spettacolo non sarà messo in scena in un teatro qualsiasi, si tratta di un carcere, Rebibbia, gli attori sono carcerati. Ci sono narcotrafficanti, assassini, ladri che tutti insieme guidati dal maestro di teatro mettono in scena questa tragedia.
Non mancano ovviamente le riflessioni che possono nascere da un film girato in carcere e da uno spettacolo che mette in scena un tradimento, delle alleanze degne dei clan della malavita e di un assassinio. La profondità con la quale questi detenuti interpretano i personaggi, la professionalità che hanno nel dare voce a ognuno di loro (rigorosamente nel dialetto del proprio paese) è davvero molto toccante.
L'arte diventa per loro un momento di libertà, un'ora d'aria, un modo per andare oltre quelle mura della prigione. Si può essere d'accordo o meno su questi laboratori, questi svaghi che vengono concessi ai detenuti nelle carceri, non voglio schierarmi né a favore, né contro, sono sicuramente mezzi di espressione interessanti e anche sistemi, se vogliamo, catartici, perché attraverso Cesare e Bruto i detenuti rivivono momenti della loro vita, ripercorrono vere e proprie frasi dette dai loro amici, come accadrà proprio al detenuto che interpreta Bruto.
Non mancano ovviamente gli screzi tra loro, scontri inevitabili che nascono tra carcerati, regolazioni di conti che già esistevano prima ancora di essere rinchiusi, o nati proprio all'interno di quelle mura.
Oltre alla messa in scena dello spettacolo, i Taviani scelgono di mostrare tutto il lavoro che fanno i singoli mentre studiano il copione e sono nelle loro celle, alla sera, quando fissano il soffitto, ci fanno sentire i loro pensieri e un carcerato ricorda che chi dorme sul letto più alto, quel soffitto lo vede ancora più vicino. 
Mi è venuto in mente il libro Lo straniero di Albert Camus, il quale, rinchiuso nel carcere sottolinea proprio quanto tempo trascorra un detenuto a fissare il soffitto. So che la citazione potrebbe sembrare un po' campata in aria, ma i capitoli finali riflettono molto sulla questione: "Vita in carcere". Sfortunatamente non ho una copia del libro per verificare perché lo avevo preso in prestito dalla biblioteca...altrimenti avrei inerito volentieri la citazione.
Consiglio davvero di vedere questa pellicola perché merita, non mi stupisco che sia stata scelta per rappresentare l'Italia agli Oscar.
Prima di chiudere vi lascio con una frase che fa davvero riflettere molto, viene pronunciata dall'attore-detenuto che interpreta Cassio: "Da quando ho conosciuto l'arte, questa cella è diventata una prigione."

P.S. Questo film ha vinto l'Orso d'Oro a Berlino e concorrerà per le nominations agli Oscar come miglior film straniero. Speriamo in bene!


VOTO:


giovedì 25 ottobre 2012

E ora dove andiamo? di Nadine Labaki: recensione!

Terzo appuntamento nel cineforum borgomanerese, terzo foro sulla tesserina, foro questa volta più a cuor leggero rispetto all'appuntamento della settimana scorsa che era Diaz - non pulire questo sangue.
martedì sera hanno proiettato E ora dove andiamo? di Nadine Labaki. Devo essere onesta, sono partita da casa un po' demotivata riguardo questo film perché la trama su wikipedia era spaventosamente penosa.
In realtà una volta in sala mi sono resa conto che: il tizio che ha scritto la trama su Wikipedia dovrebbe essere punito. E' un film meraviglioso, costruito in modo magistrale, che riesce a portare sulla scena con il giusto equilibrio tra gravità e leggerezza una storia tutt'altro che semplice: l'eterno conflitto tra cristiani e musulmani.
In uno sperduto e desolato paesino del Libano convivono pacificamente Cristiani e Musulmani, pacificamente più o meno, perché gli uomini sono subito pronti a scattare e a cominciare una guerra di religione e allora: come tenerli impegnati? Le donne si inventano un modo, anzi, diversi modi per mantenere la pace, boicottano i giornali e la televisione, invitano ballerine ucraine e addirittura impasteranno dolcetti a base di hascisc per tenerli calmi e per non farli litigare tra loro.
I momenti drammatici di certo non mancano, ogni giorno è un piccolo dramma, un giorno in più in cui queste donne vanno a dormire nella pace, in quella loro piccola isola felice che sono disposte a difendere in ogni modo e, come detto poco sopra, con ogni mezzo.
Una storia che fa davvero pensare, che ci fa comprendere che fondamentalmente che si preghi Dio o Allah o chi altro, non ha senso farsi guerra, siamo tutti umani, tutti uguali. Un film che potrebbe essere letto in vari modi, ma che sicuramente dietro alle risate e ai divertimenti non manca di ricordare i drammi e le guerre che gli uomini si costruiscono e intessono quotidianamente, rovinando quella pace, quella quiete che a volte è così difficile da mantenere.
Le vere vincitrici qui sono le donne, mogli, madri, vedove, tutte vestite a lutto perché c'è chi ha perso un figlio, chi il marito, donne che hanno capito che quella guerra farà solo morti e nient'altro, gli uomini sono un branco di pecoroni che non hanno imparato niente dagli errori del passato e che vogliono annientare chi è diverso anche se fino a cinque minuti prima stavano bevendo con lui un caffè al bar.
La convivenza non è impossibile, bisogna solo avere il coraggio di cercarla, di costruirla e di difenderla ogni giorno. L'odio è un sentimento semplice, a distruggere si fa in fretta, ma chi costruisce, salva le vite, le relazioni, crea quella pace che è indice anche di intelligenza e di capacità a comprendere che anche se l'altro è diverso, è pur sempre uno di noi.
Un film che farei vedere nelle scuole, che farei vedere ai potenti della terra, che regalerei a ogni persona, perché tutti dovrebbero vederlo!
Qui non ci sono cristiani buoni e musulmani cattivi oppure cristiani cattivi e musulmani buoni: qui si parla di umanità, che viene prima di tutte le religioni, l'uomo e la difesa della vita devono essere alla base di ogni principio quotidiano, siate voi appartenenti a qualsiasi religione. 
Guardatelo e pensateci! 

VOTO



Il piccolo Nicolas e i suoi genitori: recensione!

Finalmente sono riuscita a vederlo! 
Il piccolo Nicolas e i suoi genitori, uscito nel 2009, diretto da Laurent Tirard, racconta la storia di Nicolas un bambino che a causa di segnali sbagliati da parte dei suoi genitori, scambia un invito a cena del capo del padre con una presunta gravidanza della madre. La fiera degli equivoci è dietro l'angolo e una passeggiata nel bosco viene letta dal bambino come un tentativo da parte dei genitori di abbandonarlo.
Ambientato negli anni 50 circa, Il piccolo Nicolas ci porta nel mondo dei bambini di quegli anni, quando ancora si giocava nelle strade, le maestre avevano la piena facoltà di sgridare i bambini che non studiavano, si facevano le visite mediche di gruppo e anche il bidello poteva decidere le punizioni. 
Il piccolo Nicolas è un film molto divertente è brillante, tratto da una serie di libri che raccontano le avventure di Nicolas, dura un'ora e mezza e vi assicuro che sono 90 minuti di risate e divertimento assicurato. Non quelle risate da cinema comico o legate a battute di cattivo gusto o gags indecenti, qui sono i bambini i protagonisti e la loro genialità e la loro fantasia vi terrà incollati al divano.
Ogni compagno di scuola di Nicolas è caratterizzato molto attentamente, c'è il secchione, il miliardario, il mangione, quello che da grande vuole fare il poliziotto, quello che da grande vuole fare il bandito, ognuno di questi bambini riesce a offrire al pubblico un'interpretazione magistrale, abilità che a volte nemmeno certi attori adulti possiedono.
Non è un filmone che segnerà la storia, probabilmente tra qualche anno non ne parlerà più nessuno, ma credetemi, se avete voglia di una commedia brillante questa fa proprio al caso vostro. 
Ho apprezzato moltissimo come il regista ha fatto lavorare i bambini, quanto ha curato la loro espressività che in alcuni momenti è davvero sublime. Si percepisce che i bambini stanno giocando lungo tutta la pellicola e nessuno di loro è mai sottotono, o stride rispetto al gruppo.
La mia scena preferita? Sicuramente quella in cui per guadagnarsi 500 franchi (il motivo non ve lo svelo) decidono di vendere ai ragazzini della loro città la pozione di Asterix e Obelix, riproponendo scene tipiche del fumetto, come ad esempio la coda di persone in attesa di bere dal paiolo della pozione.
Probabilmente, se questo film fosse stato girato in America, sarebbe una proprietà Disney, perché ricorda i film che noi, nati a cavallo tra gli anni 80 e 90, potevamo gustare nei periodi natalizi, tutti marchiati appunto Disney.
Degni di nota sono anche i titoli di testa, che sono di fatto un cartone animato, che ci portano inevitabilmente nel mondo dei bambini. 

VOTO:



domenica 14 ottobre 2012

Cena tra amici di Alexandre de La Patèlliere: recensione!

Essendo tornata ad essere borgomanerese (a tempo tutt'ora indeterminato, nel senso che fino alla laurea sono qui e poi si vedrà) ho deciso di dedicarmi alle attività culturali proposte nella zona. Non che ci sia l'offerta che trovavo a Torino, di Circolo dei Lettori ahimè ce ne è solo uno e anche il Cinema Massimo è difficile da esportare. Ma a Borgomanero ogni anno viene proposto il cineforum e quest'anno mi sono iscritta. Per quanto possibile cercherò di recensire tutti i film scelti, a dire il vero alcuni li ho già visti, ma rivederli non fa mai male.


Cominciamo subito questa avventura con il primo film: Cena tra amici (Le prénom) di Alexandre de La Patèlliere.
Paragonato a Carnage e alla Cena dei cretini, per via della struttura che vede appunto un gruppo di amici che si riuniscono per cena, questo film non è una di quelle commediole francesi tutte amour, amour, Paris et mon amour. Parigi c'è, l'amore anche, ma sono ingredienti gestiti e serviti in modo differente. Tutto ha inizio con una bugia, un pretesto per aprire una discussione. Vincent, affascinante agente immobiliare (che è anche la voce narrante del film) dice di voler dare un nome X al figlio che sta per nascere. Non ve lo rivelo, perché nel trailer stesso non viene mai detto. Il nome è talmente impensabile e improponibile, da scatenare le ire del cognato Pierre che indignato prova in tutti i modi a dissuaderlo. Questa bugia darà il via a una serie di altre discussioni che arriveranno a rompere l'equilibrio della famiglia, fino a rivelazioni imbarazzanti e davvero inattese. Un film divertente costruito con un'ironia sottile e a tratti filosofica, ma senza troppe pretese; i personaggi sono attentamente caratterizzati e il modo in cui si muovono nello spazio segue la narrazione e preannuncia momenti di rappacificamento a momenti di guerra totale. Salotto, cucina, sala da pranzo, sono questi gli spazi abitati dai personaggi, c'è chi li vive tutti come Elizabeth e il marito Pierre, mentre agli ospiti è concesso di sostare solo in alcuni. 
Onestamente non saprei dire se la scelta dei luoghi e delle discussioni sia casuale oppure posta in relazione alle stanze in cui si muovono. Di certo l'atrio è il momento dell'accoglienza, poi nel salotto abbiamo l'aperitivo e il post cena, nella sala da pranzo si consuma il pasto. Le discussioni avvengono in tutte le stanze, iniziano in salotto, proseguono nella sala da pranzo, alcune nascono nella sala da pranzo e altre proseguono in salotto in un crescendo di insulti e di rivelazioni.

Sono molto contenta di aver cominciato così il cineforum di quest'anno, Cena tra amici è stato un film davvero piacevole da vedere e che la sala ha apprezzato davvero molto.
Onestamente non sono una grande estimatrice dei film francesi, ma questo mi ha davvero colpito piacevolmente e ora, sotto con il prossimo film che sarà: Diaz - Non pulire questo sangue di Daniele Vicari

Alla prossima recensione! 

P.S. Nella foto vedete il retro della tesserina del cineforum, con l'elenco dei film e la tabellina delle spunte. Spero di riuscire a vederli tutti e soprattutto spero di riuscire a recensirveli sempre!

lunedì 24 settembre 2012

Cineforum di Borgomanero



So che questo sarà un post per pochi, ma per i Borgomaneresi che passeranno di qua: ecco l'elenco dei film del cineforum 2012/2013


09/10/2012 “Cena tra amici” di Alexandre de La Patellière

16/10/2012 “Diaz – Non pulire questo sangue” di Daniele Vicari
23/10/2012 “E ora dove andiamo?” di Nadine Labaki
30/10/2012 “Le idi di marzo” di George Clooney
06/11/2012 “Cesare deve morire” di Paolo e Vittorio Taviani
13/11/2012 “This must be the place” di Paolo Sorrentino
20/11/2012 “Hunger” di Steve McQueen
27/11/2012 “Un poliziotto da happy hour” di John Michael McDonagh
04/12/2012 “Il primo uomo” di Gianni Amelio 
11/12/2012 “Miracolo a Le Havre” di Aki Kaurismäki
18/12/2012 “Sette opere di misericordia” di Gianluca e Massimiliano De Serio
08/01/2013 “Il mundial dimenticato” di Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni
15/01/2013 “Drive” di Nicolas Winding Refn
22/01/2013 “Sister” di Ursula Meier
29/01/2013 “L’amore che resta” di Gus Van Sant
05/02/2013 “Detachment. Il distacco” di Tony Kaye
12/02/2013 “Scialla!” di Francesco Bruni
19/02/2013 “Il cammino per Santiago” di Emilio Estevez
26/02/2013 “Hysteria” di Tanya Wexler
05/03/2013 “The Lady” di Luc Besson
12/03/2013 “Una separazione” di Asghar Farhadi
19/03/2013 “17 ragazze” di Delphine Coulin
26/03/2013 “La guerra è dichiarata” di Valérie Donzelli
09/04/2013 “La kriptonite nella borsa” di Ivan Cotroneo
16/04/2013 “Là-bas” di Guido Lombardi
23/04/2013 “L’arte di vincere” di Bennett Miller
07/05/2013 …Film a sorpresa!... 



PREZZO TESSERA COMPRENSIVA DI TUTTI I FILM 50 €

PREZZO SINGOLO FILM: 5 €



Calcolando che i film sono 27 con la tessera...sarebbero meno di 2 euro a film!!!!! 



Per info: 
http://blog.libero.it/CineforumBorgo/ 

martedì 18 settembre 2012

Vidi: Il giardino delle bestie di Erik Larson


Chi non ha adorato e amato The Artist?
Hazanavicious, il regista di The Artist torna al cinema con un adattamento de Il giardino delle Bestie, libro che in Italia è pubblicato da Neri Pozza.
Leggiamo il comunicato stampa! 

Un cast d'eccezione per l'addattamento de Il Giardino delle Bestie di Erik Larson, pubblicato da Neri Pozza nel 2012: Tom Hanks (che produrrà il progetto con Gary Goetzman) e Natalie Portman saranno i protagonisti, il regista sarà invece il Premio Oscar Michel Hazanavicious (The Artist) andrà invece dietro la macchina da presa.

IL LIBRO 
 
Questo libro narra della storia vera di William E. Dodd e di sua figlia Martha, un padre e una giovane donna americani che si ritrovano improvvisamente trapiantati dalla loro accogliente casa di Chicago nel cuore della Berlino nazista del 1934.Sessantaquattro anni, snello, gli occhi grigio-azzurri e i capelli castano chiaro, nel 1933 William E. Dodd è un rispettabile professore di storia all’università di Chicago, con una certa notorietà per i suoi scritti sul Sud degli Stati Uniti e la sua biografia di Woodrow Wilson.
Fervente democratico jeffersoniano, a suo agio soltanto negli ambienti frugali della sua piccola fattoria di campagna, Dodd ha una moglie, Mattie, e due figli: William Jr – Bill – e Martha, la prediletta. Ventiquattro anni, i capelli biondi, gli occhi azzurri e un sorriso radioso, Martha ha un’immaginazione venata di romanticismo e un atteggiamento cosí civettuolo, da avere già acceso la passione in molti uomini.
La vita di questa famiglia americana, a detta di tutti felice e unita, muta radicalmente nel giugno del 1933. Mentre siede alla sua scrivania all’università, Dodd riceve una telefonata da Franklin Delano Roosvelt, il presidente degli Stati Uniti, che gli annuncia la sua intenzione di nominarlo a capo della rappresentanza diplomatica americana a Berlino.
Dodd è tutto fuorché il candidato modello per un simile incarico. Non è ricco, non è politicamente influente e non appartiene nemmeno alla cerchia degli amici di Roosvelt. Certo, ha conseguito un dottorato a Lipsia e conosce il tedesco, ma nulla piú.
Tuttavia, per Roosvelt è un ambasciatore perfetto per un paese che, tra la crisi economica dilagante e un altro rovinoso anno di siccità, rappresenta per l’America soltanto una seccatura: la seccatura di un miliardo e duecentomila dollari, debito che Berlino ha contratto con gli Stati Uniti, e che Hitler si mostra sempre meno propenso a voler saldare.
Ed è cosí che, al loro arrivo, William e Martha Dodd si ritrovano ad attraversare una città addobbata di immensi stendardi rossi, bianchi e neri; a sedere negli stessi caffè all’aperto frequentati dalle SS in uniforme nera; a passare davanti a case con balconi traboccanti di gerani rossi; a fare acquisti nei giganteschi empori della città, a organizzare tè, aspirare le fragranze primaverili del Tiergarten, il parco principale di Berlino; ad avere rapporti sociali con Goebbels e Göring, in compagnia dei quali cenare, danzare e divertirsi allegramente; finché, alla fine del 1934, accade un evento che smaschera la vera natura di Hitler e del potere a Berlino, la grande e nobile città che agli occhi di padre e figlia si svela per la prima volta come un immenso Tiergarten, un giardino delle bestie.
 
 
«Il Giardino delle Bestie è appassionante, stupefacente […] Larson è davvero bravo a scovare e ricostruire singolari e significativi episodi storici con piglio narrativo».
Susanna Nirenstein - La Repubblica
 
«La forza di una narrazione asciutta e al tempo stesso venata di romanticismo. Erik Larson traccia la lucida e agghiacciante genesi di un disastro. Del disastro. Una ridda di personaggi storici popola queste pagine, animando una vicenda di sentimenti e trame che una semplice ricostruzione non sarebbe riuscita a fornirci».
Rock Reynolds - L'Unità

«Larson trasforma la storia personale dei Dodd in una struggente discesa all'inferno. Perchè il principio del Male non è improvviso, nè dotato di evidenza. Al contrario, è lento e suadente, quasi impercettibile. Ed è così difficile per chi viene da fuori capire che le persone educate incontrate alle feste in realtà hanno le mani lorde di sangue...»
Matteo Sacchi - Il Giornale

«Il lavoro documentario di Larson è eccezionale, ma lo è anche l'abilità narrativa con cui ricostruisce la Berlino di quegli anni»
Lara Crinò - Il Venerdì  -  la Repubblica


L'AUTORE


Erik Larson è nato a Freeport, Long Island, nel 1954. Collaboratore diTimeNew YorkerAtlantic MonthlyHarper’s e altre prestigiose riviste americane, ha scritto numerose opere, tra le quali si segnalano Isaac’s Storm (1999) e The Devil in the White City: Murder, Magic and Madness at the Fair That Changed America (2003), libro vincitore dell’Edgar Award in the Best Fact Crime 2004, di prossima pubblicazione presso Neri Pozza. Erik Larson vive a Seattle con la moglie e tre figlie.

domenica 16 settembre 2012

The Dark Knight Rises: review!

Su Life in Technicolor si torna a parlare di cinema con la recensione di The Dark Knight Rises.
Premesso che non ho mai letto mezzo fumetto di Batman, devo dire che il film è decisamente ben fatto, ben costruito, due ore e quaranta di intrattenimento, suspense, avventura, azione, effetti speciali e chi più ne ha più ne metta. Nolan non si è risparmiato nel capitolo finale di una trilogia che già prometteva faville dopo il primo Batman Begins.
Ultimamente faccio fatica a trovare film che mi incollino allo schermo e che mi rapiscano a tal punto da finire io stessa nel film senza rendermi conto di quello che accade intorno, The Dark Knight Rises ti rapisce dalla poltroncina cinematografica e ti trasporta a Gotham, ti sembra di essere lì con Batman, Gordon, Cat Woman, Bane, Alfred, sei lì che lotti con loro, che resti senza respiro, che urli e inciti il Bruce Wayne, sussulti quando accade qualcosa di imprevisto e se sei uno che si commuove facilmente, puoi anche lasciarti scappare la lacrimuccia al punto giusto. 
Raccontare in breve la trama di questo film senza fare spoiler è praticamente impossibile, quindi se sei un lettore dal cuore debole, che preferisci mantenerti le sorprese fino alla visione...interrompi la lettura, se invece gli spoiler non ti fanno nulla oppure hai già visto il film, continua pure.

[SPOILERANDIA e poi non ditemi che non vi avevo avvisati!]
Dunque, oltre agli spoiler prevedo anche che non sarò in grado di mantenere toni seri e pacati, quindi preparatevi ad esclamazioni un po' folcloristiche e degne di una festa popolare. 
Questo film è spettacolare! Trascorsi i primi minuti in cui non si capisce cosa stia accadendo su quell'aereo...quando si arriva a casa Wayne (che è uno dei luoghi che io amo in assoluto) allora si inizia a capire qualcosa. Bruce vive come un eremita, negli ultimi otto anni è scomparso completamente, vediamo gli strascichi dell'ultimo episodio: la commemorazione pubblica del procuratore distrettuale Harvey Dent, che viene idolatrato e immolato come eroe, mentre Batman diventa il cattivo di turno perché secondo la logica dei cittadini è stato lui a uccidere Dent. Allo stesso tempo vediamo la commemorazione privata e riservata di Rachel Dawes, che viene poco ricordata ma è palese che sia al centro del malessere di Bruce.
Gotham insomma sembra essere diventata il luogo più sicuro della terra dopo il decreto di Dent, tutti i criminali sono in carcere, ma ragazzi è Gotham, il luogo più criminoso della terra e a cui convergono tutti i criminali, quindi non può andare tutto liscio.
Arriva infatti il cattivone di turno che questa volta è Bane. Chi sia, chi non sia, cos'abbia sulla faccia sono alcune delle domande che lo spettatore si pone, oltre a quella: ma quanto è cattivo?
Se il Joker faceva paura nella sua follia, oltre al make up eccessivamente colato, in confronto a Bane era un santarellino: il cattivo di The Dark Knight Rises non è solo cattivo, di più! E' il male fatto persona, è di un malvagio che tutti i cattivi della storia del cinema vorrebbero andare a scuola da lui e quel che è peggio...è che non è nemmeno la mente diabolica del piano: è solo un esecutore!
Infatti la mente diabolica è quella simpatica donna interpretata da Marion Cotillard: Miranda Tate.
Avanti, ammettetelo anche voi: ma non vi viene voglia di prenderla a schiaffi quando scoprite che lei è la figlia di quel grandissimo fetente e cattivo della setta delle ombre: Ra's Al Ghul. Quando lo rivela si possono dire solo due cose: grandissima stronza e complimenti a Nolan, giuro, sospettavo qualcosa ma non fino a questo punto. Poi scusatemi, ma la Cotillard...con quella faccia, fare la cattiva...ci vuole un attimino a digerirlo! Soprattutto visto che il caro Bruce sembra si sia innamorato di lei. Nel film viene proprio da dire: insomma Bruce, c'è la Hathaway, è più giovane, nel tempo libero fa la supereroina in stile Robin Hood, mi sembra più adatta a te! Oltretutto è la prima donna a scoprire chi sei veramente! 
Il che non tarda a succedere perché dal primo bacio della serie: ti bacio per fregarti le chiavi della Lamborghini (e chiamala scema!), si arriva al bacio: siamo due cretini disposti a morire per Gotham, ti bacio prima che schiatti e qui si capiscono molte cose sul finale.
Il finale. Ecco.
Allora, la storia del pilota automatico: me l'avete detto in tutte le salse che quel velivolo non ha il pilota automatico, Nolan se lo dici ancora una volta anche lo spettatore più idiota lo capisce che Wayne l'ha sistemato prima di salirci. Caspita è Batman, ha capito che l'unico modo per distruggere la bomba è farla esplodere in mezzo alla baia, vuoi che non abbia calcolato di sistemare il pilota automatico in modo da utilizzarlo all'occorrenza? 
Certo, ti rimane un po' il dubbio: è vivo, è morto, che fine ha fatto?
Ma non vedendo corpi o simili...è dura decidere!
Morale della storia NON MUORE, a scanso di equivoci noliani della serie cade la trottola/non cade la trottola in questo caso Nolan ce lo fa capire chiaramente. Nonostante Alfred pianga a dirotto di fronte alle tombe della famiglia Wayne, chiedendo perdono per non essere stato in grado di stargli vicino, nonostante ci sia una lettura del testamento, ci sono segni che ci fanno capire che Batman è vivo!

  • Il pilota automatico c'è, esiste.
  • Gordon trova il batsegnale riparato (e qui dopo ne parliamo!).
  • Alfred vede Bruce e Selina in un bar a Firenze.
Torniamo alla questione batsegnale.
Ora, se Batman è morto, o meglio, se lo credono morto...a cosa serve sto batsegnale?
L'unica ipotesi è che verrà utilizzato da Robin, personaggio che viene rivelato alla fine in un modo un po' gnè gnè, grazie anche a questo tour della caverna che, diciamolo, è un po'...problematico. Allora: la villa Wayne è diventata un orfanotrofio...okay, ora...la caverna non è nel sottosuolo? Un orfano non potrebbe trovarla? Poi scusate, ma sta villa non fa un po' X Men? Non so...mi ha dato questa impressione...
Dettagli a parte, devo dire che questo film mi è piaciuto davvero molto, chiedo scusa se mi sono lasciata trascinare dagli eventi e dalla carica che mi ha lasciato questo film.  E' un film ben fatto, ben strutturato, la trama è perfettamente costruita tenendo in considerazione non solo i passaggi al suo interno, ma anche quelli che sono avvenuti nelle precedenti puntate. Questo dimostra che Nolan aveva concepito la trilogia di batman come un tutt'uno, bilanciandola attentamente e riempendola di aneddoti e collegamenti che si comprendono solo se si hanno ben presente tutti gli episodi.
Quasi mi spiace che la saga sia finita, ma almeno sono contenta che Bruce non è morto e che sta con Seline. Okay, questa cosa è marginale, ma neanche più di tanto. Dimostra infatti che egli ha ritrovato l'equilibrio e che quindi Batman non dovrebbe servire più!
E voi?
Cosa ne pensate?


Un ultimo appunto: è inevitabile ricordare il fatto di cronaca strettamente connesso a questo episodio di Batman, ovvero la sparatoria avvenuta in una sala cinematografica a Denver durante l'anteprima di mezzanotte. Un pensiero e un ricordo va a tutte le persone decedute e ferite durante questa triste vicenda. 


VOTO: 




martedì 31 luglio 2012

London 2012

Le Olimpiadi sono iniziate e per la terza volta nella storia dell'Olimpiade moderna si svolgono a Londra, città magica e multietnica, città che adoro.
Venerdì 27 si è svolta la cerimonia di inaugurazione, diretta da David Boyle il regista di Trainspotting e The Millionaire ha saputo dar voce alla storia britannica esaltandone la sua forza, la sua bellezza e la sua internazionalità. Dai verdi prati della campagna inglese siamo finiti ne pieno della rivoluzione industriale con uno splendido Kenneth Branagh che ha recitato alcuni versi de La tempesta, poi è stato il momento della cultura, centinaia di letti a ricordo del Grate Ormond Street Hospital, ospedale a cui Barrie ha devoluto tutti i diritti del suo celebre Peter Pan, è stato il momento di Voldemort, del Children Catcher e di Mary Poppins, capitolo sulla letteratura per l'infanzia aperto dalle prime righe di Peter Pan letto da Johanne Kathleen Rowling. Momento comicitá con tanto di James Bond che recupera la regina a Buchingam Palace e la scorta allo stadio olimpico e poi Mr. Bean con il suo Chairots of Fire, per noi Italiani Momenti di Gloria.
Poi c'è stata la musica: Queen, Beatles e altri, intervallati da soap opera e televisione, il tutto è culminato in una parata di 10000 atleti a cui è seguita l'accensione del braciere olimpico, nascosto al centro del campo.
Una cerimonia spettacolare, magica, Inglese. Ho letto molte critiche riguardo l'eccessiva autocelebrazione del Regno Unito, gente che preferiva Pechino, altri che denunciavano la struttura troppo sconclusionata.
Non so che cerimonia abbiano visto queste persone.
Certo, era lunga, io ammetto di non aver retto fino alla fine, ma parliamo della storia dell'auto celebrazione: cosa dovevano are per tre ore e mezza? Invitare la Merkel a fare un monologo? Inserire uno streep tease di Victoria Beckam? Oppure infilarci una sfilata di moda? Non so... Certe volte di fronte a certe critiche resto sconvolta, soprattutto quanto mi trovo davanti a giudizi infondati o espressi spesso senza motivazione.
Penso che ieri sera Danny Boyle abbia portato a casa il suo oro olimpico mettendo in mostra le bellezze dell'Inghilterra, ricordando che nella west End ci sono più musical che a Broadway, dimostrando che la cara Elisabetta non è così fredda e inespressiva come sembra, anzi, si è prestata bene al gioco. Ha dimostrato che gli inglesi non hanno paura di sfoderare Mr Bean e di ricreare su di lui la scena madre di uno dei film che ha consacrato agli Oscar la cinematografia inglese, oserei, post Hitchcock! Ha dimostrato che se prendo Kenneth Banagh posso fargli recitare Shakespeare in mezzo a un Prato, poi ci metto la Rowling, una scrittrice, a leggere Peter Pan, un attore che si finge James Bond...insomma, io quando vedo queste cose penso: cos'avremmo fatto noi in Italia? 
Poi però ripenso alla cerimonia di Torino 2006 e mi dico: no dai, siamo capaci di esaltare il nostro bel paese, nonostante tutto. Forse è il periodo storico che mi fa cadere le braccia, purtroppo si vedono sempre i soliti incapaci sorpassare chi vale e queste cose fanno venire il nervoso. Sapete, credo che noi Italiano siamo bravi a svenderci all'estero e a non credere minimamente nelle nostre possibilità. Potremmo essere una delle nazioni più invidiate eppure...ci perdiamo in un bicchiere d'acqua. 
La cerimonia olimpica serve forse da campanello di richiamo per dire alla nazione: ehi, non vedi quello che sei? Non ti accorgi di quello che hai, della tua gente, della tua ricchezza che non si misura in titoli, ma in persone?
Il Regno Unito forse è più patriottico dell'Italia, noi no, siamo un po' esterofili! Forse dovremmo rivederci quella cerimonia di Torino 2006, forse dovremmo provare ad andare in libreria e prenderci un libro di Pavese, di Verga, di Bassani, di Calvino, di Levi, della Morante, di Moravia...dovremmo prenotare una vacanza a Firenze, a Roma, a Venezia, a Napoli, a Palermo....dovremmo mangiare una pizza in più. Ma sto divagando.
Tornando alla tanto dibattuta cerimonia: Boyle ha fatto bene a fare queste scelte, se proprio vogliamo trovargli una pecca allora io gli domanderei dove sia finito Sherlock Holmes, ma onestamente a fronte dello splendore e del genio messo in atto ieri sera, sono disposta a chiudere un occhio. Ha esaltato il Regno Unito, ha fatto quello che doveva.
Il prossimo che mi parla di cerimonia troppo autocelebrativa mi deve spiegare cos'avrebbe fatto al suo posto, perchè davvero, sono curiosa. A tal proposito dimenticavo che noi Italiani diventiamo allenatori, registi, scrittori on demand: siamo opinionisti nel sangue, o meglio, siamo come i signori che si ritrovano in piazza, a Borgomanero il venerdì quando c'è mercato. Questi signori si trovano lì, sotto la statua della Madonna e iniziano a dibattere sui problemi della settimana e diventano economisti, allenatori, designer, stilisti...fanno quei bei discorsi da bar. Anche su questo punto noi Italiani dovremmo crescere un pochettino, al bar si possono anche fare discorsi più furbi eh!
Basta, mi sono dilungata troppo. A me la cerimonia è piaciuta, tanto di cappello a Boyle, al Regno Unito e alla bellissima cultura inglese, nota non solo in Inghilterra, ma conosciuta a livello Internazionale. 
Spulciando qua e là su internet ho trovato due articoli interessanti che parlano della cerimonia olimpica, a quanto pare ai Britannici non è dispiaciuta poi tanto.


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